Una targa in lingua veneta è comparsa a Venezia, San Francesco della Vigna, nei pressi del luogo dove il 23 giugno 1797 venne fucilato l’eroe Antonio Mangarini, dalmato di Zara, portabandiera degli S-ciavoni, corpo scelto della Marina Veneta.

Un omaggio all’uomo che guidò la rivolta dei veneziani contro la liquidazione della Repubblica e la sua consegna ai francesi di Napoleone, e che fu condannato e fucilato dai giacobini dopo un processo farsa. E che è tuttora vittima, dopo oltre duecent’anni, delle irrisioni dei giacobini di oggi.
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Il testo della lapide in lingua veneta
Ecco il testo della lapide:
Su sti muri de sto cimitero
La note del 23 zugno 1797
El vegniva copà
Da barbari giacobini
Antonio Margarini de 24 ani
Alfier S-ciavon de Zara
W.S.M.
Da notare che su Facebook la notizia della comparsa della lapide in lingua veneta per il martire dell’Insorgenza veneziana attira ancora – incredibile ma vero – il dissenso e il disprezzo dei giacobini di oggi. “Storia fai da te”, “Goliardia venetista”, “il poverino risulta venisse fucilato per aver rubato formaggi…” e via irridendo.
Il processo farsa e le accuse infamanti
Ancora si irride alla sua memoria, dunque, fingendo di credere (o credendo davvero, per l’ignoranza della storia veneta cui la scuola italica ci condanna) alle infamanti accuse che il processo farsa sollevò contro il militare, imputandogli perfino di aver rubato formaggi a un negozio assalito dai veneziani perché appartenente a un filo-giacobino, e di averli subito rivenduti a un negozio vicino.

Figuriamoci: basta la condanna ricevuta – pena di morte per fucilazione – a testimoniare che era ben altro il reato ascritto ad Antonio Mangarini, che un furtarello di formaggi, e difatti tutti gli altri rivoltosi, che avevano effettivamente svaligiato case e negozi dei “traditori” filo-napoleonici, vennero perdonati.
Nel dimenticatoio della propaganda napoleonica
Per fortuna, nonostante la figura di Mangarini sia finita per due secoli nel dimenticatoio della propaganda napoleonica e poi sabauda, recenti studi hanno riportato al suo giusto rilievo la storia di questo militare della Serenissima che difese la Repubblica fino alla morte.
Antonio Mangarini – o Margarini, secondo altri – aveva appena 24 anni quando si immolò per la Repubblica di Venezia, spalleggiando la rivolta popolare che scoppiò a Rialto contro i francesi di Napoleone e contro i giacobini veneziani che avevano preso le parti degli invasori.
La rivolta sul ponte di Rialto
Era il 12 maggio 1797 e il Maggior Consiglio aveva appena decretato la fine della Repubblica di San Marco. Il popolo, inferocito, assaltava e svaligiava le case dei nobili che avevano parteggiato per Napoleone, i negozi e i fondaci dei veneziani filo-giacobini. E Antonio Mangarini era lì, sul ponte di Rialto, che spalleggiava la rivolta.
La Municipalità provvisoria che aveva preso il potere a Venezia usò la mano pesante: contro i rivoltosi impiegò perfino il cannone. Poi i rivoltosi, i saccheggiatori di case e di negozi, ottennero il perdono. Tutti, ma non Antonio Mangarini, il militare che aveva spalleggiato la rivolta antigiacobina. Mangarini fu condannato a morte.
Mangarini preferì morire piuttosto che tradire
Gli ingiunsero di pentirsi, di sposare le idee della Rivoluzione Francese, promettendogli salva la vita. Ma Antonio Mangarini preferì morire piuttosto che tradire, che mancare al giuramento di fedeltà alla Repubblica Veneta.

Mangarini o Margarini
Mangarini, o Margarini? Fino a qualche anno fa, risultava Margarini. Così è scritto sulle lapidi che lo ricordano (sia quella ufficiale che quella comparsa recentemente), così è chiamato nelle ricerche condotte dal professor Gianpaolo Borsetto e nei libri che gli vennero dedicati, tra cui quello di Federico Fontanella.
Ma sui verbali del processo che lo condannò a morte, sta scritto Mangarini, e quindi noi giudichiamo prudente attenerci a questo documento storico, anche se qualche dubbio rimane, perché in Dalmazia, nella zona di Zara dove il giovane martire era originario, sopravvivono ancora alcune famiglie Margarini, mentre di Mangarini non c’è l’ombra.